Dello stesso autore

Mademoiselle Caroline Rivière

Mademoiselle Caroline Rivière
1806,  Jean Auguste Dominique INGRES
Parigi, Museo del Louvre

In primo piano, in un ampio paesaggio attraversato da un corso d’acqua, è una fanciulla abbigliata con una veste di mussola bianca, con profonda scollatura dalla quale s’intravede la sottile camicia di tulle. Un collo di pelliccia bianca scivola lungo la schiena, sorretta dalle braccia coperte dai lunghi guanti. La donna è Carolina, figlia di Philibert Riviére, nata a Villafranche de Rouvegne nel 1793 e ritratta poco prima della prematura morte, avvenuta nel giugno del 1807.



Lady Gaga Video Portraits by Robert Wilson: Mademoiselle Caroline Riviere

La lacrima

Lady Gaga Video Portraits by Robert Wilson: Mademoiselle Caroline Riviere

Lady Gaga Video Portraits by Robert Wilson: Mademoiselle Caroline Riviere in mostra a “Le Violon d’Ingres” a Villa Medici-Académie de France 

Door to the River, 1960 oil on canvas, 80 x 70 inches Whitney Museum of American Art, New York

Mahoning

“Mahoning”, 1956, Franz Kline, Collection of Whitney Museum of American Art.

POLLOCK
e la Scuola di New York

ROMA, COMPLESSO DEL VITTORIANO – ALA BRASINI
10 ottobre 2018 – 24 febbraio 2019

In mostra al 10 ottobre l’Ala Brasini del Vittoriano a Roma accoglie uno dei nuclei più preziosi della collezione del Whitney Museum di New YorkJackson PollockMark RothkoWillem de KooningFranz Kline e molti altri rappresentati della Scuola di New York

“Non dipingo le cose ma i sentimenti che esse suscitano in me” Franz Kline

Dal 10 ottobre l’Ala Brasini del Vittoriano a Roma accoglie uno dei nuclei più preziosi della collezione del Whitney Museum di New YorkJackson PollockMark RothkoWillem de KooningFranz Kline e molti altri rappresentati della Scuola di New York

Il linguaggio del silenzio

“Amicizia evoca il pensiero di un dialogo ininterrotto, infinito: continua anche quando non ci si vede, non ci si incontra, non ci si parla. Quando ci si rivede con una persona amica, di colpo si cancella il silenzio e si cancella l’assenza: riprende da subito, in tutta spontaneità, il colloquio solo apparentemente perduto ma, in realtà, mai interrotto. Il tempo interiore, quello vissuto nel calore del cuore non si è mai raggelato, non si è mai incrinato, al di là degli intervalli del tempo della clessidra, del tempo dell’orologio. E il linguaggio del silenzio ritorna ad essere il linguaggio della parola: il linguaggio dei volti che si riconoscono negli sguardi e negli occhi, come un fulmine che scocca tra gli amici.” 

tratto da: “Elogio della Gentilezza”, di Padre Emilio Fiorenzo Reati 

Il centro di quel Paradiso


“Per ora accontentiamoci di quello di Garda, il quale (già voi avete indovinato la mia opinione) è uno de’ più bei laghi che si possano vedere o immaginare. Io, per quanto onore volessi fare alla mia immaginativa, confesso che prima di vederlo non avrei saputo fingerlo tanto bello. Catullo, che era buongustaio ed aveva viaggiato fino in Cilicia, preferiva le rive del Benaco ad ogni altra villeggiatura, e Virgilio ne ha parlato con quel rispetto di cui era debitore al padre del suo umile Mincio. Betteloni e Maffei, due carissimi poeti che tutti conoscete, ne sono perdutamente innamorati, ed io stesso, povero poetucolo che pochi conoscono, ho un posto per lui nel mio cuore proprio muro a muro con quello dell’amante. E come fare altrimenti? Quelle acque così pure, così limpide, così azzurre, così profonde, che nel guardarle mi fanno sempre pensare alla prosa del Leopardi, e agli occhi delle Madonne di Raffaello; que’ labirinti di ulivi, di castagni, di cedri, di giardini; quei paeselli sospesi come colombi sopra una rupe, fra la trasparenza del cielo e quella non meno tersa e lucente delle acque; quelle creste di montagne accavallate tumultuosamente le une sulle altre, come una greggia di montoni spaventati da un lupo, e che sfumano misteriosamente in una gola vaporosa azzurrina, dentro la quale si indovinano le nevi e le ghiacciaie del Tirolo; quegli approdi facili e ospitali; quell’elegante cullarsi e veleggiare delle barche peschereccie; quei porti formicolanti di moto, e di allegria; quella vita, quella serenità, quella libertà che si spira coi polmoni dell’anima in tanta e sì gioconda ampiezza di sponde d’acque e di cielo, tutto mi indurrebbe a dir al Signore quello che gli diceva San Pietro sul Monte Tabor: «Deh Maestro, piantiamo qui se vi piace i nostri padiglioni!….Chi non sa fra gli amorosi del lago di Garda, che il suo vero diadema è quella costiera incantata che cammina, serpeggia, si inerpica, corre e discende fra Salò e Tusculano? Se non avessi imparato dalla storia che il Paradiso terrestre era in Asia fra il Tigri e l’Eufrate, io non esiterei a collocarlo su questa magica riviera bresciana del mio lago; ed Adamo e Eva non dovrebbero aversene a male. Gargnano è, si può dire, il centro di quel Paradiso; e di là scendendo verso Salò è per quasi due miglia un sì vario e continuo prospetto di villaggi, di paesi e di ville, che ben potrebbe vantarsene qualunque più orgogliosa città….”

tratto da : “Novelle”, Ippolito Nievo

 

Gargnano

Quando i cieli riempiono il cuore


Opere di Doriano Scazzosi galleria delle Visioni, Via Cittadella, 34, 29121 Piacenza Telefono: 339 399 9260 visto ad ArtePadova, di Padova Fiere dal 16 al 19 novembre 2018.

Incessante il nostro divenire


Eccole là
le mie ferite argute
stampate
sulla camicia
da notte,
come un sudario,
Pop,
sindone mattutina

Sono andata ormai
oltre
il mantello epiteliale
e diligentemente,
ogni notte ,

smantello
la parte
superflua
di
me.

Come se
dovessi
decomporre
la materia
mia

un altro me,
in sosta millenaria,

attende
al dazio
degli dei.

Lunga e lenta
è la guarigione
sembra una gestazione.

Solo
che ogni giorno
devi sottrarre,
dimagrire un pò
del tuo dolore,
setacciare
il rimasuglio
inerte,
espellere
la placenta
degli Addii.

Ci vuole il tempo
del disfare
e tenacia
per reggere
le nausee salvifiche.

Poi,
lo spazio
si fa.
lo spazio inerte
e puro.

Così:

trafitto di luce.

Ora è mattina
prendo la medicina
la medicina Buona
quella che mi perdona

la medicina Antica
che cura
la mia vita

la medicina Bianca
che non mi rende stanca.

E la vita riappare,
splendida e
misteriosa.
Ed io mi sento pronta:

sono di nuovo
una Rosa.

tratto da: “Traslochi”, poesie di Paola Pennecchi. ed. SPAZIO TEMPORANEO 2012

 

A. VIVALDI: «Filiae maestae Jerusalem» RV 638 [II.Sileant Zephyri], Ph.Jaroussky/Ensemble Artaserse


Monito

To the Edge of the Earth – Michael Nyman


Da ascoltare “Come l’uomo puo’ capire il male” di Sergio Givone


“Guardiamo nell’aperto” con Sergio Givone I puntata –

“Come l’uomo puo’ capire il male” Letture di Tommaso Ragno
04/11/2018 RADIO TRE
https://www.raiplayradio.it/programmi/uominieprofeti/archivio/puntate/

J.S. Bach: The Violin Concertos


Harmonia axyridis

Non era l’allodola, era l’usignolo che trafisse il tuo orecchio timoroso


[III. v.]
Entrano ROMEO e GIULIETTA, in alto, al balcone

GIULIETTA
Vuoi andare già via? Ancora è lontano il giorno:
non era l’allodola, era l’usignolo
che trafisse il tuo orecchio timoroso:
canta ogni notte laggiù dal melograno;
credimi, amore, era l’usignolo.
ROMEO Era l’allodola, messaggera dell’alba,
non l’usignolo. Guarda, amore, la luce invidiosa
a strisce orla le nubi che si sciolgono a oriente;
le candele della notte non ardono più e il giorno
in punta di piedi si sporge felice dalle cime
nebbiose dei monti. Devo andare: è la vita,
o restare e morire.
GIULIETTA Quel chiarore laggiù
non è la luce del giorno, lo so: è una meteora
che si libera per te dal sole questa notte,
la torcia per farti lume sulla via di Mantova;
dunque rimani ancora, c’è tempo per andare.
ROMEO Mi prendano pure, sarà certo la morte,
ma sono felice se tu vuoi così. E dirò, allora,
che là, quel grigio non è l’occhio del mattino
ma il fioco riverbero della fronte di Cinzia;
che non è l’allodola a battere la volta
del cielo, così alta su noi. Io voglio restare,
non veglio più partire: vieni, o morte,
sarai la benvenuta! Vuole così Giulietta.
Che c’c, anima mia? Parliamo, non è giorno.
GIULIETTA E giorno, è giorno: dunque, presto, va’ via!
È l’allodola che canta fuori tono
forzando su dissonanze e aspri acuti.
Dicono che l’allodola divida con dolcezza
ogni accordo: questa non ci divide con dolcezza;
e ancora, che l’allodola e il rospo ripugnante
abbiano scambiato i loro occhi:
così avessero fatto anche della voce,
poi che quella voce lotta il nostro abbraccio,
perché ti caccia da me, col suo richiamo al giorno.
Oh, va’, ora, va’; si fa sempre più luce.
ROMEO Sempre più luce! Sempre oscura di più la nostra pena!

tratto da:”Romeo e Giulietta”  , atto III, scena V