Dello stesso autore

Albero o ferita?

A occhi aperti

Animula vagula blandula
Hospes comesque corporis,
Quae nunc abibis in loca
Pallidula rigida nudula,
Nec, ut soles, dabis iocos…
P.Aelius Hadrianus

Animula vagula blandula…piccola anima smarrita e soave compagna e ospite del corpo ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli ove non avrai più gli svaghi consueti. un istante ancora guardiamo insieme le rive familiari le cose che certamente non vedremo mai più…cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti…

Adriano

Il Cancro

Con il segno del Cancro, segno d’Acqua Cardinale in cui ha domicilio la Luna, assistiamo al passaggio attraverso il Solstizio d’estate del 21 giugno. In questo tempo sono attive le forze lunari dell’invisibile. Da questo momento in poi il sole inizierà il suo declino fino al Solstizio d’Inverno, che coincide con il segno opposto: il Capricorno. E’ in questo momento che si aprono le porte del Regno delle emozioni, della Luna e delle forze generatrici della Grande Madre, l’acqua stessa da cui nasce la vita e il mondo. L’intuizione è favorita, può accadere finalmente quando cade la separazione tra noi e l’invisibile, il percepito non palpabile. E sappiamo finalmente che tutto quello che intuiamo è vero, perché profondamente sentito in noi stessi. Se per i segni di Terra la percezione è legata alla sensorialità diretta, e per i segni di Aria al pensiero razionale, per il Cancro la via è quella dell’immaginazione e dell’intuito, che diventa dono di un sentire percepito con l’animo e portato all’Umanità. E’ Nettuno che favorisce questo sentire, la consapevolezza dell’interconnesione profonda di tutte le cose anche nell’immensa variabilità delle sue manifestazioni.

Ci sono tempi per esplorare la strada maestra, e tempi per scrutare le vie laterali.

«La doppia vita di ogni ricerca, il suo doppio piacere e il suo doppio dovere, starebbe in questo: non perdere la pazienza del metodo, la lunga durata dell’idea fissa, l’ostinazione delle preoccupazioni dominanti, il rigore delle cose pertinenti; ma non perdere neppure l’impazienza o l’impertinenza delle cose fortuite, il tempo breve delle scoperte, l’imprevisto degli incontri, cioè gli accidenti di percorso. È un dovere paradossale, difficile da onorare proprio a causa dei suoi due estremi – le sue due temporalità – contraddittori. Ci sono tempi per esplorare la strada maestra, e tempi per scrutare le vie laterali. E, forse, i tempi più intensi sono quelli in cui il richiamo delle vie laterali ci porta a cambiare strada maestra, o piuttosto a farcela scoprire per ciò che era già ma ancora non comprendevamo. In quel momento, il disorientamento dell’accidentale fa apparire la sostanza stessa del percorso, il suo orientamento fondamentale».

Georges DIDI-HUBERMAN, La conoscenza accidentale. Bollati Boringhieri editore, Torino 2011, p. 11/2.

tratto dalla traccia dell’esame di Stato giugno 2018

Standard minimo di sufficienza

L’Esame è un affare di Stato dal 1948. Hanno voluto così i padri costituzionalisti, che all’articolo 33 scrissero: E` prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi. La buona intenzione era di garantire, a livello nazionale, parità di trattamento e trasparenza degli esiti, ciò che, se mai è stato, da gran tempo non è più. C’è poi chi pensa che l’Esame di Stato sia un rito di passaggio, suscettibile di letture antropologiche: solo un effetto collaterale, questo, da non confondere con la finalità originaria di verifica e certificazione degli apprendimenti, che assorbe risorse enormi, economiche in senso lato, non solo finanziarie: dalla scelta delle materie e delle tracce, alla costituzione di oltre diecimila commissioni da formare, assistere, ispezionare, dalla sostituzione dei furbetti assenti alla gestione del contenzioso…
Questa mobilitazione di risorse pubbliche non è finalizzata a far vivere ai nostri giovani un’esperienza emozionale, ma a posizionare ciascun candidato con il suo trascorso scolastico in riferimento a uno standard minimo di sufficienza. Purtroppo, lo standard minimo di sufficienza è, come oggi si ama dire, liquido: al variare delle commissioni, variano i criteri della sufficienza. Inoltre, quali che siano i criteri che abbiamo adottato, al momento di applicarli si liquefanno anch’essi – per non dire che bariamo spudoratamente, che, cioè, l’attribuzione del voto ne prescinde, salvo poi usarli come motivazioni fittizie.
Il fatto è che, per esempio, moltissimi temi di italiano mostrano un uso approssimativo della lingua, una conoscenza superficiale dei contenuti, un’argomentazione fragile, l’assenza di qualsiasi capacità critica. Sono tanti, troppi per meritare il valore negativo che ognuna delle griglie in cui riassumiamo i nostri criteri attribuisce a queste caratteristiche.
Sono troppi e perciò giustamente finiscono per essere sopravvalutati: perché non ce la sentiamo né di dare così tanti voti negativi a studenti che sono pur stati ammessi all’Esame, né di costruire griglie in cui uso approssimativo della lingua, conoscenza superficiale dei contenuti, argomentazione fragile, assenza di capacità critica rappresentino lo standard minimo della sufficienza. Da professionisti della disciplina ci manca il cuore di farlo e preferiamo certificare il falso.
Poi l’Università farà corsi di recupero di italiano per insegnare a diplomati della scuola superiore a prendere appunti per fare un riassunto: l’abilità che dovrebbe ritenersi elementare dopo tredici anni di scuola. E lo stesso per le altre prove scritte e per il colloquio. È così che si costruisce il quasi 100% di candidati che superano l’esame e i relativi punteggi, gonfiati a cascata. Il Decreto 62 sul nuovo Esame di Stato introduce le griglie nazionali, che dovrebbero garantire l’uniformità delle valutazioni. Funzionerà? Di sicuro non basta la stessa ricetta con scritto “q.b.” perché i piatti che escono da cento cucine abbiano lo stesso grado di sale. Occorre che una sola sia la cucina e che ci sia uno chef.
testo di Nadia Vidale tratto da : nadiavidale.blogspot.com, SCUOLA&ALTRO, Ragionamenti, analisi, provocazioni su questioni di scuola.
Della stessa autrice: “Il tappeto e la polvere, Brevi osservazioni sull’Esame di Stato”, Cleup 2017, € 10,00. Disponibile su Amazon e ibs.it.

Il tempo del mondo

«Non conosco alcun metodo che abbia mai aperto la strada a qualche invenzione; né alcuna invenzione trovata con metodo. Al contrario, il rischio ingenerato dall’esodo, termine opposto al metodo, va verso biforcazioni talvolta ricche di una informazione inattesa […]. Metodica e ordinata, la ragione segue delle leggi, mentre l’invenzione, esodica (1), contingente, caotica, va come il tempo del mondo. Esemplarmente inventivo, il Grande Racconto segue infatti la serendipità (2). Dio sa giocare a dadi».

(1) “… che va fuori” … dagli schemi … dalle regole …
(2) «Con questa parola la lingua inglese definisce un percorso senza mappa, contrario a quello che chiamiamo “metodo”, una caccia quasi a caso, che fa sì che ci si imbatta in ciò che non si sta cercando, ma una caccia mossa dal fuoco della passione e dal paziente lavoro di ricerca.» (ivi, p. 113).

Michel SERRES, “Il mancino zoppo. Dal metodo non nasce niente” Bollati Boringhieri editore, Torino 2016, p. 114.

tratto dalla traccia dell’esame di Stato giugno 2018

noia creatrice

«Se si vuole essere creativi, bisogna recuperare una certa dose di noia creatrice che era propria dell’otium (1). È solo quando vi sono le condizioni e il tempo di riflettere, recuperando il taedium vitae (2) – che per Seneca eral’opportunità di “frequentare se stessi” (secum morari) (3) – che possono rivelarsi intuizioni preziose, soluzioni impreviste. Così il cervello ha l’opportunità di “creare”. Verbo affascinante, che apre spiragli straordinari, connessi alla capacità umana di immaginare; verbo tanto inquietante da essere censurato in certe comunità, poiché di pertinenza esclusiva del divino. Eppure squisitamente umano: saper creare è una qualità che appartiene a tutti e puòrivelarsi in relazione alle capacità individuali e all’occasionalità».

(1) Inazione, riposo dall’attività e dagli affari. Libero e piacevole uso delle proprie forze, soprattutto spirituali.(2) Atteggiamento spirituale di sconforto nei confronti della vita.
(3) Dimorare con se stessi, avere il coraggio di intrattenersi con i propri pensieri.

noia creatrice, “La lettura” – Corriere della Sera, 1 ottobre 2017, pp. 6/7

tratto dalla traccia dell’esame di Stato giugno 2018

1695

Ha una sua solitudine lo spazio, solitudine il mare
e solitudine la morte – eppure tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,

segretezza polare

[…] che è un’anima al cospetto di se stessa –

Emily DICKINSON, Tutte le poesie, a cura di M. Bulgheroni, Mondadori, Milano 1997 (prima ed. originale 1914)

Universo parallelo

foto di Kristine Beekman (clicca con il mouse sul titolo per ingrandire la foto)

Chopin Etude Op.10 No.12 ‘Revolutionary’

Papavero

Principio

tratto d: “Civiltà della Dea” Marija Gimbutas

Nessuno dei due principi è subordinato all’altro

“Il compito di sostenere la vita era il motivo dominante nell’immaginario mitico dell’Antica Europa, per cui la rigenerazione era una delle manifestazioni più importanti. Naturalmente la Dea che era responsabile della trasformazione dalla morte alla vita diventava la figura centrale del pantheon degli dei. Lei, la Grande Dea, era associata al crescente lunare, a disegni quadripartiti e corna taurine, simboli di creazione e di cambiamento incessanti. La misteriosa trasformazione è espressa molto vividamente nella sua epifania in forma di bruco, crisalide e farfalla. Infatti attraverso questo simbolismo il nostro antenato proclamava di credere nella bellezza della vita giovane. L’ubiquità dei simboli fallici designa la glorificazione dei poteri della vita spontanea.  Il fallicismo è privo di qualunque allusione oscena; nel contesto del rito religioso, è una forma di catarsi, non di procreazione simbolica. Non ci sono prove che in epoca neolitica l’umanità comprendesse il concepimento biologico. Con l’avvento dell’agricoltura, il contadino comincia a osservare i fenomeni della Terra miracolosa più da vicino e più intensamente di quanto non avesse fatto il cacciatore-pescatore che lo aveva preceduto. Emerge una divinità a sé stante, la Dea della vegetazione, un simbolo della natura sacrale del seme e  del campo seminato, i cui legami con la Grande Dea sono intimi. In modo significativo quasi tutte le dee neolitiche sono immagini complesse in cui si sovrappongono tratti provenienti da epoche preagricole e agricole: Uccello acquatico, cervo, orso, pesce, serpente, rospo, tartaruga concetto di ibridazione animale-uomo vengono ereditati  dall’epoca paleolitica e continuano a servire come personificazione delle dee e degli dei. Non sono mai esistiti una religione o un immaginario mitico creati nuovi di zecca dagli agricoltori all’inizio dell’epoca della produzione di cibo. Nell’antica Europa il mondo del mito non era polarizzato in femminile e maschile come come presso gli Indoeuropei e molti altri popoli nomadi e pastori delle steppe. Entrambi i principi si manifestavano uno accanto all’altro. La divinità maschile in forma di giovane uomo o animale di sesso maschile compare per affermare e rafforzare le forze del femminile creativo e attivo. Nessuno dei due principi è subordinato all’altro; completandosi, il loro potere raddoppia. Il tema centrale della riproduzione dei miti ovviamente è la celebrazione  della nascita di un bambino. La nuova creatura è simbolo di nuova vita, e la speranza di sopravvivenza è alimentata da dee mascherate da Serpente, Uccello e Orsa. Nutrici mascherate che indossano una sacca (statuine con la “gobba”) sembrano aver svolto un ruolo di protettrici della creatura che più avanti cresce e diventa giovane divinità. Il Dio maschile, il Dionisio delle origini, è saturo di un significato strettamente legato  a quello di una Grande Dea nel suo aspetto di Dea della natura vergine e Dea della vegetazione. Sono divinità del ciclo vitale naturale, preoccupate del problema della morte e della rigenerazione, ed erano tutte venerate come simboli di vita esuberante. Il pantheon riflette una società dominata dalla madre. Il ruolo della donna non è soggetto all’uomo, e tutto quello che è stato creato con l’avvento del Neolitico e con la fioritura della civiltà minoica è il risultato di una struttura in cui tutte le risorse della natura umana, femminile e maschile, vengono utilizzate nel pieno potenziale della forza creativa. “

tratto da: “Le Dee e gli Dei dell’Antica Europa. 6500-3500 a.c. Miti e immagini del culto”, Marija Gimbutas, traduzione e cura di Mariagrazia Pelaia. edizione italiana Stampa Alternativa/ Banda aperta, 2016. Edizione originale “The Goddesses and Gods of Old Europe” 1974, 1982 Thames &Hudson Ltd London

 

Covoni

Serpe eterno

Il serpe eterno annodando i principi

P R O L O G O

L’antro de L’eternità.
La natura, L’eternità, Il destino.

LA NATURA Alme pure, e volanti, che dal giro, che forma il serpe eterno annodando i principi, uscir dovete, scese, giuste sedete, fatte aurighe, al governo de corpi misti, e post’il freno al senso, i spazi della vita correte illustri, acciò virtù sul dorso qui vi ritorni, terminato il corso.

L’ETERNITÀ Chi qua sale immortale vive vita infinita, divinizza la Natura. Ma sassosa faticosa è la via, che qui invia, è la strada alpestra, e dura.

tratto da: La CALISTO. Dramma per musica. testi di Giovanni Faustini musiche di Francesco Cavalli 1651

Lucidissima face

HIER IST ES SCHON

opera di Othmar Prenner gente di montagna. Fuori Salone, 22. Aprile 2018 via Palermo 8 (Zona Brera) Milano +49.1727469516