Dello stesso autore

L’Io e il Noi

“l’Io nel Vangelo, è il vero protagonista. E il suo vero antagonista è un Noi, che sempre gli si contrappone. Il vangelo è veramente la narrazione epica del duello tra queste due diverse dimensioni dell’identità umana :l’Io si impersona in Gesù, e il Noi in vari gruppi, più o meno compatti e forti – I farisei, i giudei, i sommi sacerdoti, i fratelli di Gesù, le guardie del Tempio, i soldati, la folla, gli stessi discepoli. Ed è un duello che si combatte sempre e da sempre nella vita di ogni individuo, e il cui esito è in ogni istante in sospeso. In ogni stante a ognuno tocca scegliere, spiega Gesù: o con l’Io , o con il Noi. Tra l’Io e il Noi non può infatti esservi accordo, e nemmeno comunicazione.   …L’Io è, secondo Gesù, un principio di identità umano e divino al tempo stesso: è in ognuno, è la piena coscienza che un uomo può avere di sé, e Dio, dice Gesù, ne è il Padre e la guida in ogni istante, se l’uomo ha il coraggio di accorgersene. Il Noi è invece un prodotto di questo mondo, ed è un altro principio di identità. Gli uomini entrano in un Noi, e diventano il Noi, quando abbandonano l’identità dell’Io: non osano esserla, ne hanno come paura, vertigine, e per paura e per vertigine si fondono nel Noi, per ripararsi in esso. I Noi in cui ci si può fondere sono molti – la nazione, la razza, la Chiesa, la famiglia, l’azienda, il partito – e costituiscono sempre, in ogni epoca, in strutture gerarchiche, in cui i Noi meno autorevoli si volgono e si sottomettono ai Noi di maggior prestigio. E’ una realtà che ciascuno può facilmente verificare nella propria esistenza quotidiana. Altrettanto facilmente ci si può accorgere di come un Noi, grande o piccolo che sia, chi al Noi si adegua e vuol partecipare si senta indosso una maschera di comportamenti che gli impediscono di essere davvero se stesso. Non solo l’Io, infatti, viene escluso dal Noi, come ripete e mostra Gesù nel Vangelo, ma chiunque voglia esser se stesso diventa per il Noi un elemento di disturbo.”

Tratto da: “Il codice segreto del Vangelo”, Igor Sibaldi, ed. PICKWICK ed. PICKWICK

Quando tutte le forze sono consumate

” Nel testo della Weil (Simone Weil “L’Iliade o il poema della forza” Cahier du Sud 1943) troviamo la descrizione degli aspetti essenziali della lotta, direi di qualsiasi lotta, con tutte le sue conseguenze, tanto per i vinti quanto per i vincitori. La vittoria, nella descrizione che se ne fa, non è che un momento ancora del tutto interno alla lotta e non rappresenta affatto l’estinzione della guerra: essa rimane sempre viva nei cuori degli uomini fino al momento in cui non sorge in essi il riconoscimento pieno della condizione dell’altro attraverso il pieno riconoscimento di sé. Ma questo momento giunge quando tutte le forze sono consumate, tutto ciò che doveva essere distrutto è stato distrutto e non resta che il rimpianto per quanto si è perduto. Un rimpianto tanto più lacerante quanto più si sono persi di vista i motivi di tutta quella distruzione. In questo momento entrano in gioco elementi che indeboliscono qualsiasi visione eroica. Perfino Achille di fronte al ricordo dell’amico perduto, richiamatogli alla memoria dalle suppliche di Priamo per la perdita del figlio Ettore,  si intenerisce, viene afferrato dal rimpianto e dall’amarezza che fanno da argine alla sua tracotanza sempre pronta ad esplodere. Non ulteriore sintesi e dominio, bensì fraternità, tenerezza e amarezza sono fattori della vita che entrano in scena quando la consapevolezza di essere stati inchiodati dal destino riduce in cenere il delirio di potenza. Solo quando si rendono conto, con un’intuizione lacerante, di essere entrambi assoggettati allo stesso processo di pietrificazione, possono raggiungere quell’amore puro, il più puro che si dia da sperimentare all’uomo e che, come sostiene la Weil, semplicemente rende possibile la vita dell’uomo. Questo atto di riconoscimento è quanto di più delicato e misterioso ci sia, quasi non è nelle mani dell’uomo e qualora venisse offerto unilateralmente da una delle due parti in conflitto, non verrebbe raccolto e anzi suonerebbe come una maggiore offesa e un ulteriore atto di dominazione e sopraffazione. Paradossalmente proprio questo rende necessaria la dismisura, il portare l’avversario nella zona morta delle cose senza più possibilità di movimento alcuno. In questo sta la possibilità della poesia di rendere bella perfino la distruzione”

tratto da: testo di introduzione a “L’Iliade o il poema della forza”Simone Weil , Cahier du Sud 1943 testo di Alessandro di Grazia 2012,Asterios editore

Mi chiedo perché l’altro sia così

” Per formularlo ora in modo molto crudo -il che farà probabilmente male alla mia penna stilografica: se un uomo delle SS dovesse prendermi a calci fino alla morte, io alzerei ancora gli occhi per guardarlo in viso, e mi chiederei, con espressione di sbalordimento misto a paura, e per puro interesse nei confronti dell’umanità: Mio Dio, ragazzo, che cosa mai ti è capitato nella vita di tanto terribile da spingerti a simili azioni? Quando qualcuno mi rivolge parole di odio – e questo, in ogni caso non succede spesso – non provo mai la tentazione di rispondere con odio, ma sprofondo improvvisamente nell’altro, in una sorta di disorientamento doloroso e al contempo interrogatorio, e mi chiedo perché l’altro sia così, dimenticando me stessa. Per questo sembro inerme e timida, ma non penso proprio di esserlo: so maledettamente bene come come misurare le parole dell’altro e di volta in volta me ne faccio un’idea, ma in genere non ritengo molto importante farmi valere immediatamente. ”

tratto da: “DIARIO. 1941-1942.”Edizione integrale, Etty Hillesum, Adelphi, 2012

Ricordo di un dolore

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Ricordo di un dolore (Ritratto di Santina Negri), 1889 Olio su tela, cm 107 x 81

Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni
Ferrara, Palazzo dei Diamanti
3 marzo – 10 giugno 2018
Mostra a cura di Chiara Vorrasi, Fernando Mazzocca e Maria Grazia Messina
Organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara

Informazioni e prenotazioni
tel. 0532 244949 | 
www.palazzodiamanti.it

Bergamo, Accademia Carrara

Nella tua pazienza è la tua anima

” …”Nella tua pazienza è la tua anima” recitava una massima religiosa degli alchimisti, come a dire che l’anima si scopre nell’accogliere i suoi patimenti, nell’accudirla, nel servirla fino alla fine. Dal punto di vista dell’anima, non c’è molta differenza tra paziente e terapeuta.  Entrambi i termini rimandano, nella loro radice a una devozione premurosa, fatta di attenzione e attesa. ”

tratto da: “Il sogno e il mondo infero”, James Hillman, ADELPHI, pg.86, 2003, (1979)

Ritratto di James Lord. Giacometti 1964

Alberto Giacometti’s Portrait of James Lord


Nel settembre 1964, James Lord, scrittore americano, appassionato d’arte e di artisti e amico di Alberto Giacometti, è di passaggio a Parigi. Giacometti gli propone di posare per lui un paio d’ore. Le sedute continuano per diciotto pomeriggi. Durante le pose, Giacometti parla, va, viene, si angoscia, si dispera. La sera, tornando a casa, Lord annota la conversazione. Durante ogni posa il ritratto prende forma per riperderla l’indomani: ogni giorno un ritratto va perduto sotto il pennello. Lord decide di fotografarlo prima di ogni seduta. Il libro contiene così diciotto conversazioni e diciotto ritratti, fermati dalla fotografia, ma spariti dalla tela, così come le parole di Giacometti sarebbero sparite se Lord non le avesse fermate.
Un ritratto di Giacometti
James Lord
Traduttore: A. Fabrizi
Editore: Nottetempo
Collana: Ritratti

Come …. il complicarsi e il dispiegarsi

particolare colonna dell’entrata della basilica di sant’ Ambrogio Milano

…. il complicarsi e il dispiegarsi

” E adesso un paio di cose dall’Evangelium des vollkommenen Lebens ” Vangelo della vita perfetta”:  ” Perche’ attraverso il complicarsi e il dispiegarsi si compirà la redenzione del mondo, attraverso il calarsi dello spirito nella materia e l’ascesa della materia nello spirito, nei secoli dei secoli”

tratto da “DIARIO. 1941-1942.”Edizione integrale, Etty Hillesum, Adelphi, 2012

Comincia una nuova fase

” Comincerà davvero una nuova fase della mia vita? Ma il punto interrogativo è già un errore: comincia una nuova fase! La lotta è già in pieno svolgimento.  “Lotta” in questo momento non è neanche la parola giusta, perché ora mi sento così bene, in armonia dentro e profondamente sana, meglio quindi dire: la presa di coscienza è in pieno svolgimento, e tutto quello che finora era nella mia testa in forma di teorie debitamente elaborate arriverà anche al cuore e si farà carne e sangue.  E poi l’eccessiva consapevolezza deve sparire, mi crogiolo ancora troppo nel momento di transizione; ogni cosa deve diventare più spontanea e semplice, finché ci si ritrova infine adulti, forse, capaci di stare vicino agli altri mortali che popolano questa terra fra mille difficoltà, e di donar loro un pò di chiarezza grazie al proprio lavoro, perché si tratta comunque anche di questo.”

tratto da “DIARIO. 1941-1942.”Edizione integrale, Etty Hillesum, Adelphi, 2012

C’è da meditare su questo doppio nodo

Colonne ofitiche con doppio nodo gordiano, esterno abside Duomo di Trento 1212

La creazione geme

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 8,18-25)

“Fratelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi.
L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.
Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati.
Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.”

Ho sempre amato questo testo tratto  dalle lettere di Paolo ai Romani. Nella mia piccola conoscenza delle Scritture l’immagine di questa “Creazione che geme e soffre le doglie del parto” è vicina al mio sentire. Penso  che il senso  profondo di chi siamo e  della nostra umanità, nel   rispetto della Natura e della Creazione stessa, si devono compiere anche attraverso questo passaggio fondamentale che stiamo vivendo, proprio ora, qui, in questo fortissimo momento epocale.  La strada che porta alla consapevolezza, all’uso dialettico del nostro sentire nell’alternanza di ratio e di pathos potrà far si che l’uomo guardi alla Creazione con occhi antichi e nuovissimi, scopra il senso e l’essenza di questo esistere nell’Anima del mondo e dell’Assoluto. Accosto come è mia consuetudine in questo blog, dove raramente parlo con parole mie,  il brano tratto da “Ricordi, sogni , riflessioni di Carl Gustav Jung  perchè ci sono assonanze che lo avvicinano al sentire di San Paolo. Vedi post “La quiete dell’eterno principio”

La quiete dell’eterno principio

” Da Nairobi, con una piccola Ford, andammo a visitare gli Athi Plains, una grande riserva di caccia. Da una bassa collina, che si ergeva in quest’ampia savana ci attendeva una vista incomparabile. Fino all’estremo confine dell’orizzonte vedevamo immense mandrie di animali: gazzelle, antilopi, gru, zebre, facoceri, e così via. Pascolando, volgendo qua e là la testa, le mandrie avanzavano lentamente. Non si udiva suono alcuno, tranne il malinconico grido di un uccello da preda. Era la quiete dell’eterno principio, dello stato del non-essere: perché fino allora nessuno era stato lì per riconoscere che era “quel mondo”. Mi allontanai dai miei amici, fino a non vederli più, e assaporai la sensazione di essere completamente solo. eccomi quindi, primo essere umano a riconoscere che quello era il mondo, e questo grazie a quel riconoscimento, allora soltanto era veramente creato. Fu li che mi divenne straordinariamente chiaro il significato cosmico della coscienza. Quod natura relinquit imperfectum, ars perficit. Ciò che la natura ha lasciato imperfetto, lo compie l’arte dicono gli alchimisti. Soltanto io, l’uomo, con un invisibile atto di creazione, ho dato al mondo il compimento, l’esistenza obbiettiva. ”

tratto da: “Ricordi, sogni, riflessioni”,Carl Gustav Jung, BUR saggi Rizzoli 2016, prima edizione 1961

 

Dall’oscurità…

Il deserto

” Mi piace pensare al deserto come un grande fiume senza sponde, ricoperto da un mantello d’oro. Questa coltre dorata custodisce gran parte dei principi etici e sociali vissuti da coloro che praticano  le virtù della pazienza, del rispetto per l’altro, della fiducia nella vita e del coraggio di praticare la verità…  Questa vita nascosta è come una cisterna di acqua per i giorni di arsura ed è ancora una riserva che va a compensare i sentire di tutti quelli che hanno scordato il valore della vita”

tratto dal diario di Cristina R.

I benefici del fallimento


“…In questo meraviglioso giorno in cui siamo tutti riuniti per celebrare i vostri successi accademici, ho deciso di parlarvi dei benefici del fallimento. E visto che siete sulla soglia di quella che qualche volta è chiamata “vita reale”, voglio celebrare l’importanza cruciale dell’immaginazione.Queste possono sembrare scelte idealiste e paradossali, ma perfavore, abbiate pazienza.

Guardare indietro alla ventunenne che ero quando mi sono laureata è un’esperienza poco piacevole per la 42 enne che sono diventata. A metà della mia vita stavo facendo il bilancio tra le mie ambizioni e ciò che amici e familiari si aspettavano da me.

Ero convinta che l’unica cosa che avrei mai voluto fare fosse scrivere romanzi. Comunque, i miei genitori, che venivano entrambi da esperienze di povertà e non erano andati all’università, consideravano questa mia iperattiva immaginazione come una deliziosa e personale stranezza che non mi avrebbe mai permesso di pagare un mutuo o ricevere una pensione. So che adesso l’ironia è pari a un’incudine di cartone.

Avevano sperato che prendessi un diploma professionale; io volevo studiare Letteratura inglese. Fu raggiunto un compromesso, che in retrospettiva non ha soddisfatto nessuno: iniziai a studiare Lingue Moderne. I miei avevano appena girato l’angolo della strada con la loro macchina che mollai il Tedesco e fuggii precipitosamente per i corridoi degli studi classici.

Non mi ricordo quando dissi ai miei genitori che studiavo Lettere classiche; potevano scoprirlo da soli per la prima volta il giorno della laurea. Di tutti gli argomenti su questo pianeta, penso che siano stati messi a dura prova col nominarne uno meno utile della mitologia greca quando ci si aspetta la consegna delle chiavi del bagno dei dirigenti.

Mi piacerebbe fosse chiaro, tra parentesi, che non biasimo i miei genitori per il loro punto di vista. C’è un limite ad accusare i vostri genitori per avervi spinto nella direzione sbagliata; il momento in cui siete abbastanza vecchi per prendere il timone, la responsabilità tocca a voi. E quel che più conta, non posso criticare i miei genitori per il desiderio di risparmiarmi l’esperienza della povertà. Lo furono loro stessi, e pure io lo sono stata da allora, e sono abbastanza d’accordo con loro che non sia un’esperienza sublime. La povertà comporta paura, e stress, e qualche volta depressione; vuol dire mille piccole umiliazioni e privazioni. Tirarsi fuori dalla povertà con le proprie forze, questo invece è ciò di cui poter essere orgogliosi, ma la povertà stessa è romantica solo per gli stolti.

Ciò che più spaventava la me stessa della vostra età non era la povertà, ma il fallimento.

Alla vostra età, invece di una distinta mancanza di motivazione all’università, dove passavo fin troppo tempo in caffetteria a scrivere storie e troppo poco tempo alle lezioni, avevo un metodo per passsare gli esami, e questo, per anni, è stata la misura di successo per me e i miei compagni.

Non sono tanto apatica da supporre che voi, giovani, di talento e ben istruiti, non abbiate mai conosciuto fallimenti o strazi. Il talento e l’intelligenza non hanno mai inoculato nessuno contro i capricci del fato, e io non penso neanche per un istante che tutti qui abbiano goduto di un’esistenza di tranquilli privilegi e soddisfazioni.

Comunque, il fatto che vi state laureando a Harvard suggerisce che non siete molto esperti di fallimento. Potreste essere guidati dalla paura di fallire quasi quanto dal desiderio di successo. Infatti, la vostra idea di fallimento potrebbe non essere molto lontana da quella della persona media, da quanto in alto voi siete arrivati.

Alla fine tutti noi dobbiamo decidere cosa significa il fallimento per noi, ma il mondo è abbastanza avido da darvi una gamma di criteri se glielo lasciate fare. Quindi penso sia giusto dire che secondo qualsiasi misura convenzionale, circa sette anni dopo la mia laurea, ho fallito miseramente. Un matrimonio di poca durata d’eccezione si è sgretolato, ed ero disoccupata, un genitore single, e povera così come si poteva essere nella Gran Bretagna moderna. Le paure che i miei genitori avevano avuto per me, e quelle che io stessa avevo avuto per me, erano entrambe arrivate, e secondo ogni standard, ero il più grande fallimento che avevo mai visto.

Ora, non starò qui in piedi a dirvi che il fallimento è divertente. Quel periodo della mia vita è stato triste, e non avevo idea che sarebbe stato ciò che la stampa ha rappresentato come un racconto fiabesco di determinazione. Non avevo idea di quanto sarebbe stato lungo questo tunnel, e per molto tempo ogni luce alla fine di esso era una speranza più che una realtà.

Quindi perché parlo dei benefici del fallimento? Semplicemente perché fallire ha voluto dire spogliarsi di ciò che non era necessario. Ho smesso di cercare di far finta di essere qualcosa che non ero, e ho indirizzato tutte le mie energie in ciò che mi importava davvero. Non riuscivo in nient’altro, non ho mai trovato la determinazione di riuscire nell’unico campo a cui credevo davvero di appartenere. Ero libera, poiché la mia più grande paura si era realizzata, ed ero ancora viva, avevo ancora una figlia che adoravo, avevo una macchina da scrivere e una grande idea. E così basi reali diventarono fondamenta solide sulle quali ho ricostruito la mia vita.

Forse non avete mai fallito come ho fallito io, ma qualche fallimento nella vita è inevitabile. È impossibile vivere senza fallire in qualcosa, a meno che non si viva così cautamente da non vivere per niente – e inquel caso fallisci già in partenza.

Il fallimento mi ha dato una sicurezza interiore che non avevo mai avuto superando gli esami. Il fallimento mi ha insegnato cose che non avrei potuto imparare altrimenti. Ho scoperto di avere una forte volontà e più disciplina di quanto pensassi; ho anche scoperto di avere amici il cui valore era inestimabile.

La consapevolezza di essersi rialzati più saggi e più forti dalle cadute significa che sarete, d’ora in poi, sicuri della vostra capacità di sopravvivere. Non conoscerai mai veramente te stesso, o la forza dei vostri rapporti, finché entrambi non verranno testati nelle avversità. Tale conoscenza è un vero dono, per tutto quello che è vinto nel dolore, e questo mi è stato utile molto più di qualsiasi qualifica abbia mai ricevuto.

Avendo una Giratempo, direi alla me ventunenne che la felicità personale consiste nel sapere che la vita non è una lista di cose da acquisire o da raggiungere. Le tue qualifiche, il tuo Curriculum, non sono la tua vita, anche se incontrerai molte persone della mia età o persino più vecchie che confonderanno le due. La vita è difficile, complessa, oltre il controllo di ognuno, ed è l’umiltà di sapere che vi permetterà di sopravvivere alle sua sfide.

tratto da : J.K. ROWLING, IL DISCORSO DI JK A HARVARD,2008, http://www.eateseseirimastoconharry.com/discorso-jk-a-harvard/

G.F. Handel – Addio, mio caro bene

Sinceramente alla ricerca

“Apprezzo come non mai le persone intelligenti e per me vuol dire riconoscere la verità delle cose o meglio dei fatti indipendentemente dal proprio credo o dalle personali ideologie politiche, eredità sociali o familiari, vedi l’influenza della famiglia che ci ha cresciuto. L’intelligenza si avvale della propria cultura, non solo, ma nel discernimento oggettivo dei fatti la persona che è sinceramente alla ricerca valuta gli eventi libera.”

tratto dal diario di Cristina R.