Dello stesso autore

Il tempo del mondo

«Non conosco alcun metodo che abbia mai aperto la strada a qualche invenzione; né alcuna invenzione trovata con metodo. Al contrario, il rischio ingenerato dall’esodo, termine opposto al metodo, va verso biforcazioni talvolta ricche di una informazione inattesa […]. Metodica e ordinata, la ragione segue delle leggi, mentre l’invenzione, esodica (1), contingente, caotica, va come il tempo del mondo. Esemplarmente inventivo, il Grande Racconto segue infatti la serendipità (2). Dio sa giocare a dadi».

(1) “… che va fuori” … dagli schemi … dalle regole …
(2) «Con questa parola la lingua inglese definisce un percorso senza mappa, contrario a quello che chiamiamo “metodo”, una caccia quasi a caso, che fa sì che ci si imbatta in ciò che non si sta cercando, ma una caccia mossa dal fuoco della passione e dal paziente lavoro di ricerca.» (ivi, p. 113).

Michel SERRES, “Il mancino zoppo. Dal metodo non nasce niente” Bollati Boringhieri editore, Torino 2016, p. 114.

tratto dalla traccia dell’esame di Stato giugno 2018

noia creatrice

«Se si vuole essere creativi, bisogna recuperare una certa dose di noia creatrice che era propria dell’otium (1). È solo quando vi sono le condizioni e il tempo di riflettere, recuperando il taedium vitae (2) – che per Seneca eral’opportunità di “frequentare se stessi” (secum morari) (3) – che possono rivelarsi intuizioni preziose, soluzioni impreviste. Così il cervello ha l’opportunità di “creare”. Verbo affascinante, che apre spiragli straordinari, connessi alla capacità umana di immaginare; verbo tanto inquietante da essere censurato in certe comunità, poiché di pertinenza esclusiva del divino. Eppure squisitamente umano: saper creare è una qualità che appartiene a tutti e puòrivelarsi in relazione alle capacità individuali e all’occasionalità».

(1) Inazione, riposo dall’attività e dagli affari. Libero e piacevole uso delle proprie forze, soprattutto spirituali.(2) Atteggiamento spirituale di sconforto nei confronti della vita.
(3) Dimorare con se stessi, avere il coraggio di intrattenersi con i propri pensieri.

noia creatrice, “La lettura” – Corriere della Sera, 1 ottobre 2017, pp. 6/7

tratto dalla traccia dell’esame di Stato giugno 2018

1695

Ha una sua solitudine lo spazio, solitudine il mare
e solitudine la morte – eppure tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,

segretezza polare

[…] che è un’anima al cospetto di se stessa –

Emily DICKINSON, Tutte le poesie, a cura di M. Bulgheroni, Mondadori, Milano 1997 (prima ed. originale 1914)

Universo parallelo

foto di Kristine Beekman (clicca con il mouse sul titolo per ingrandire la foto)

Chopin Etude Op.10 No.12 ‘Revolutionary’

Papavero

Principio

tratto d: “Civiltà della Dea” Marija Gimbutas

Nessuno dei due principi è subordinato all’altro

“Il compito di sostenere la vita era il motivo dominante nell’immaginario mitico dell’Antica Europa, per cui la rigenerazione era una delle manifestazioni più importanti. Naturalmente la Dea che era responsabile della trasformazione dalla morte alla vita diventava la figura centrale del pantheon degli dei. Lei, la Grande Dea, era associata al crescente lunare, a disegni quadripartiti e corna taurine, simboli di creazione e di cambiamento incessanti. La misteriosa trasformazione è espressa molto vividamente nella sua epifania in forma di bruco, crisalide e farfalla. Infatti attraverso questo simbolismo il nostro antenato proclamava di credere nella bellezza della vita giovane. L’ubiquità dei simboli fallici designa la glorificazione dei poteri della vita spontanea.  Il fallicismo è privo di qualunque allusione oscena; nel contesto del rito religioso, è una forma di catarsi, non di procreazione simbolica. Non ci sono prove che in epoca neolitica l’umanità comprendesse il concepimento biologico. Con l’avvento dell’agricoltura, il contadino comincia a osservare i fenomeni della Terra miracolosa più da vicino e più intensamente di quanto non avesse fatto il cacciatore-pescatore che lo aveva preceduto. Emerge una divinità a sé stante, la Dea della vegetazione, un simbolo della natura sacrale del seme e  del campo seminato, i cui legami con la Grande Dea sono intimi. In modo significativo quasi tutte le dee neolitiche sono immagini complesse in cui si sovrappongono tratti provenienti da epoche preagricole e agricole: Uccello acquatico, cervo, orso, pesce, serpente, rospo, tartaruga concetto di ibridazione animale-uomo vengono ereditati  dall’epoca paleolitica e continuano a servire come personificazione delle dee e degli dei. Non sono mai esistiti una religione o un immaginario mitico creati nuovi di zecca dagli agricoltori all’inizio dell’epoca della produzione di cibo. Nell’antica Europa il mondo del mito non era polarizzato in femminile e maschile come come presso gli Indoeuropei e molti altri popoli nomadi e pastori delle steppe. Entrambi i principi si manifestavano uno accanto all’altro. La divinità maschile in forma di giovane uomo o animale di sesso maschile compare per affermare e rafforzare le forze del femminile creativo e attivo. Nessuno dei due principi è subordinato all’altro; completandosi, il loro potere raddoppia. Il tema centrale della riproduzione dei miti ovviamente è la celebrazione  della nascita di un bambino. La nuova creatura è simbolo di nuova vita, e la speranza di sopravvivenza è alimentata da dee mascherate da Serpente, Uccello e Orsa. Nutrici mascherate che indossano una sacca (statuine con la “gobba”) sembrano aver svolto un ruolo di protettrici della creatura che più avanti cresce e diventa giovane divinità. Il Dio maschile, il Dionisio delle origini, è saturo di un significato strettamente legato  a quello di una Grande Dea nel suo aspetto di Dea della natura vergine e Dea della vegetazione. Sono divinità del ciclo vitale naturale, preoccupate del problema della morte e della rigenerazione, ed erano tutte venerate come simboli di vita esuberante. Il pantheon riflette una società dominata dalla madre. Il ruolo della donna non è soggetto all’uomo, e tutto quello che è stato creato con l’avvento del Neolitico e con la fioritura della civiltà minoica è il risultato di una struttura in cui tutte le risorse della natura umana, femminile e maschile, vengono utilizzate nel pieno potenziale della forza creativa. “

tratto da: “Le Dee e gli Dei dell’Antica Europa. 6500-3500 a.c. Miti e immagini del culto”, Marija Gimbutas, traduzione e cura di Mariagrazia Pelaia. edizione italiana Stampa Alternativa/ Banda aperta, 2016. Edizione originale “The Goddesses and Gods of Old Europe” 1974, 1982 Thames &Hudson Ltd London

 

Covoni

Serpe eterno

Il serpe eterno annodando i principi

P R O L O G O

L’antro de L’eternità.
La natura, L’eternità, Il destino.

LA NATURA Alme pure, e volanti, che dal giro, che forma il serpe eterno annodando i principi, uscir dovete, scese, giuste sedete, fatte aurighe, al governo de corpi misti, e post’il freno al senso, i spazi della vita correte illustri, acciò virtù sul dorso qui vi ritorni, terminato il corso.

L’ETERNITÀ Chi qua sale immortale vive vita infinita, divinizza la Natura. Ma sassosa faticosa è la via, che qui invia, è la strada alpestra, e dura.

tratto da: La CALISTO. Dramma per musica. testi di Giovanni Faustini musiche di Francesco Cavalli 1651

Lucidissima face

HIER IST ES SCHON

opera di Othmar Prenner gente di montagna. Fuori Salone, 22. Aprile 2018 via Palermo 8 (Zona Brera) Milano +49.1727469516

Tsepak May … God of long life

18 aprile 2018 Lama Geishe Tsering Tashi esegue il mandala Tsepak May … God of long life presso il centro “I Sentieri del Vento”, Via Santa Marta, 19, 20123 Milano Telefono02 7202 3205 

Veni Sancte Spiritus

Veni, Sancte Spíritus,
et emítte cǽlitus
lucis tuæ rádium.

Veni, pater páuperum,
veni, dator múnerum,
veni, lumen córdium.

Consolátor óptime,
dulcis hospes ánimæ,
dulce refrigérium.

In labóre réquies,
in æstu tempéries,
in fletu solácium.

O lux beatíssima,
reple cordis íntima
tuórum fidélium.

Sine tuo númine,
nihil est in hómine
nihil est innóxium.

Lava quod est sórdidum,
riga quod est áridum,
sana quod est sáucium.

Flecte quod est rígidum,
fove quod est frígidum,
rege quod est dévium.

Da tuis fidélibus,
in te confidéntibus,
sacrum septenárium.

Da virtútis méritum,
da salútis éxitum,
da perénne gáudium.

Amen.
Vieni, Santo Spirito,
mandaci dal cielo
un raggio della tua luce.

Vieni, padre dei poveri,
vieni, datore dei doni,
vieni, luce dei cuori.

Consolatore perfetto,
ospite dolce dell’anima,
soave refrigerio.

Nella fatica, riposo,
nella calura, riparo,
nel pianto, conforto.

O luce beatissima,
invadi nel profondo
il cuore dei tuoi fedeli.

Senza il tuo soccorso,
nulla è nell’uomo,
nulla senza colpa.

Lava ciò che è sordido,
bagna ciò che è arido,
sana ciò che sanguina.

Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
raddrizza ciò ch’è sviato.

Dona ai tuoi fedeli
che solo in te confidano
i tuoi santi doni.

Dona virtù e premio,
dona morte santa,
dona gioia eterna.

Amen.

Pratoline

L’Io e il Noi

“l’Io nel Vangelo, è il vero protagonista. E il suo vero antagonista è un Noi, che sempre gli si contrappone. Il vangelo è veramente la narrazione epica del duello tra queste due diverse dimensioni dell’identità umana :l’Io si impersona in Gesù, e il Noi in vari gruppi, più o meno compatti e forti – I farisei, i giudei, i sommi sacerdoti, i fratelli di Gesù, le guardie del Tempio, i soldati, la folla, gli stessi discepoli. Ed è un duello che si combatte sempre e da sempre nella vita di ogni individuo, e il cui esito è in ogni istante in sospeso. In ogni stante a ognuno tocca scegliere, spiega Gesù: o con l’Io , o con il Noi. Tra l’Io e il Noi non può infatti esservi accordo, e nemmeno comunicazione.   …L’Io è, secondo Gesù, un principio di identità umano e divino al tempo stesso: è in ognuno, è la piena coscienza che un uomo può avere di sé, e Dio, dice Gesù, ne è il Padre e la guida in ogni istante, se l’uomo ha il coraggio di accorgersene. Il Noi è invece un prodotto di questo mondo, ed è un altro principio di identità. Gli uomini entrano in un Noi, e diventano il Noi, quando abbandonano l’identità dell’Io: non osano esserla, ne hanno come paura, vertigine, e per paura e per vertigine si fondono nel Noi, per ripararsi in esso. I Noi in cui ci si può fondere sono molti – la nazione, la razza, la Chiesa, la famiglia, l’azienda, il partito – e costituiscono sempre, in ogni epoca, in strutture gerarchiche, in cui i Noi meno autorevoli si volgono e si sottomettono ai Noi di maggior prestigio. E’ una realtà che ciascuno può facilmente verificare nella propria esistenza quotidiana. Altrettanto facilmente ci si può accorgere di come un Noi, grande o piccolo che sia, chi al Noi si adegua e vuol partecipare si senta indosso una maschera di comportamenti che gli impediscono di essere davvero se stesso. Non solo l’Io, infatti, viene escluso dal Noi, come ripete e mostra Gesù nel Vangelo, ma chiunque voglia esser se stesso diventa per il Noi un elemento di disturbo.”

Tratto da: “Il codice segreto del Vangelo”, Igor Sibaldi, ed. PICKWICK ed. PICKWICK

Quando tutte le forze sono consumate

” Nel testo della Weil (Simone Weil “L’Iliade o il poema della forza” Cahier du Sud 1943) troviamo la descrizione degli aspetti essenziali della lotta, direi di qualsiasi lotta, con tutte le sue conseguenze, tanto per i vinti quanto per i vincitori. La vittoria, nella descrizione che se ne fa, non è che un momento ancora del tutto interno alla lotta e non rappresenta affatto l’estinzione della guerra: essa rimane sempre viva nei cuori degli uomini fino al momento in cui non sorge in essi il riconoscimento pieno della condizione dell’altro attraverso il pieno riconoscimento di sé. Ma questo momento giunge quando tutte le forze sono consumate, tutto ciò che doveva essere distrutto è stato distrutto e non resta che il rimpianto per quanto si è perduto. Un rimpianto tanto più lacerante quanto più si sono persi di vista i motivi di tutta quella distruzione. In questo momento entrano in gioco elementi che indeboliscono qualsiasi visione eroica. Perfino Achille di fronte al ricordo dell’amico perduto, richiamatogli alla memoria dalle suppliche di Priamo per la perdita del figlio Ettore,  si intenerisce, viene afferrato dal rimpianto e dall’amarezza che fanno da argine alla sua tracotanza sempre pronta ad esplodere. Non ulteriore sintesi e dominio, bensì fraternità, tenerezza e amarezza sono fattori della vita che entrano in scena quando la consapevolezza di essere stati inchiodati dal destino riduce in cenere il delirio di potenza. Solo quando si rendono conto, con un’intuizione lacerante, di essere entrambi assoggettati allo stesso processo di pietrificazione, possono raggiungere quell’amore puro, il più puro che si dia da sperimentare all’uomo e che, come sostiene la Weil, semplicemente rende possibile la vita dell’uomo. Questo atto di riconoscimento è quanto di più delicato e misterioso ci sia, quasi non è nelle mani dell’uomo e qualora venisse offerto unilateralmente da una delle due parti in conflitto, non verrebbe raccolto e anzi suonerebbe come una maggiore offesa e un ulteriore atto di dominazione e sopraffazione. Paradossalmente proprio questo rende necessaria la dismisura, il portare l’avversario nella zona morta delle cose senza più possibilità di movimento alcuno. In questo sta la possibilità della poesia di rendere bella perfino la distruzione”

tratto da: testo di introduzione a “L’Iliade o il poema della forza”Simone Weil , Cahier du Sud 1943 testo di Alessandro di Grazia 2012,Asterios editore